Rendimenti tornati interessanti, valutazioni più ragionevoli e una platea di emittenti più ampia rispetto a dieci anni fa hanno riportato i fondi obbligazionari dei Paesi emergenti al centro dell’attenzione. Per un investitore italiano, questi strumenti possono offrire diversificazione rispetto a BTP e corporate europee, ma richiedono una comprensione chiara dei rischi – credito, tassi e valuta in primis – e una selezione accurata dei veicoli.
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Cosa sono e come funzionano i fondi obbligazionari dei Paesi emergenti
I fondi e gli ETF obbligazionari dei mercati emergenti investono in titoli di Stato e obbligazioni societarie emessi da economie come Brasile, Messico, Indonesia, India, Sudafrica o Colombia. L’esposizione può essere in valuta forte – tipicamente dollari USA o, in misura minore, euro – oppure in valuta locale. Gli indici di riferimento più usati sono il J.P. Morgan EMBI Global Diversified per i sovrani in valuta forte, il J.P. Morgan GBI-EM Global Diversified per i governativi in valuta locale e il J.P. Morgan CEMBI Broad Diversified per i corporate in valuta forte.
La proposta di mercato include sia fondi attivi, che puntano a selezionare Paesi e singole emissioni, sia ETF a replica passiva, che seguono un indice. I primi offrono flessibilità e potenziale di extra-rendimento, a fronte di costi più elevati; i secondi privilegiano trasparenza, costi contenuti e ampia diversificazione.
Valuta forte vs valuta locale
I fondi in valuta forte eliminano il rischio di cambio locale, lasciando come principali driver di rendimento lo spread di credito e i movimenti dei tassi USA o euro. Secondo J.P. Morgan, lo spread dell’EMBI Global Diversified si è mosso nell’area 350-450 punti base nel 2023-2024, con un yield-to-worst spesso intorno all’8-9% nel 2024 – dati J.P. Morgan e Bloomberg.
Nei fondi in valuta locale il rendimento dipende da tassi domestici e andamento dei cambi. Con l’inflazione in rallentamento in diverse economie emergenti nel 2023-2024 – fonte: IMF World Economic Outlook – i rendimenti nominali medi dell’indice GBI-EM GD si sono mantenuti su livelli storicamente elevati, pur con maggiore volatilità per effetto delle valute.
Sovrani vs corporate
I fondi sovrani offrono esposizione ai bilanci dei Paesi e sono sensibili a variabili macro e geopolitiche. I fondi corporate emergenti – spesso investment grade – diversificano su settori come banche, energia, telecomunicazioni e utility. Il profilo di rischio-rendimento cambia: i corporate presentano in media duration simile o leggermente inferiore e minor rischio idiosincratico di politiche fiscali, ma aggiungono rischio settoriale e di subordinazione – riferimento: schede indice J.P. Morgan CEMBI.
Perché considerarli adesso
Il ciclo di rialzo dei tassi nelle economie sviluppate ha riprezzato le obbligazioni a rendimenti più alti. Ciò ha portato i fondi emergenti a esprimere cedole e yield-to-worst più interessanti rispetto alla media dell’ultimo decennio, creando spazio potenziale per rendimenti totali competitivi se i tassi guida inizieranno a normalizzarsi gradualmente. La diversificazione geografica e valutaria può attenuare il rischio concentrato su un singolo emittente sovrano, come il debito italiano, e ampliare le fonti di rendimento.
Dati di mercato recenti
Alcuni punti utili per inquadrare il contesto:
- Rendimenti e spread: l’indice J.P. Morgan EMBI Global Diversified ha offerto nel 2024 un rendimento a scadenza nell’area 8-9%, con spread nell’intervallo 350-450 pb rispetto ai Treasury USA – fonti: J.P. Morgan, Bloomberg.
- Valuta locale: i governativi in moneta domestica del GBI-EM GD hanno beneficiato del calo dell’inflazione in diverse aree e di cicli di taglio dei tassi già avviati in Paesi come Brasile e Cile nel 2023 – fonte: IMF, banche centrali locali.
- Flussi: dopo i deflussi del 2022, i fondi ed ETF su obbligazionario emergente hanno registrato un ritorno di interesse nel 2023 e nella prima parte del 2024 – fonte: Morningstar Global Fund Flows.
- Rischi di credito: il triennio 2020-2023 ha visto più ristrutturazioni sovrane – tra cui Zambia, Sri Lanka, Ghana ed Etiopia – evidenziando la necessità di ampia diversificazione e gestione del rischio – fonti: IMF, World Bank.
Rischi principali da valutare
L’extra-rendimento offerto dagli emergenti remunera rischi specifici che vanno compresi e misurati prima dell’investimento.
- Rischio di credito e ristrutturazioni: i Paesi con deficit esterni elevati o finanze pubbliche fragili sono più esposti. La dispersione è ampia tra investment grade e high yield – fonte: S&P Global Ratings.
- Rischio di tasso e duration: gli indici in valuta forte presentano duration intorno a 6-7 anni, sensibile ai movimenti dei tassi USA; quelli in valuta locale hanno duration mediamente 5-6 anni – fonti: factsheet J.P. Morgan EMBI e GBI-EM.
- Rischio di cambio: la volatilità delle valute emergenti può amplificare rendimenti e perdite nei fondi in valuta locale. La copertura EUR o USD riduce il rischio ma può alterare il rendimento atteso in funzione dei differenziali di tasso – fonte: Bloomberg.
- Liquidità di mercato: alcune emissioni sono meno trattate rispetto ai bond dei Paesi sviluppati, con possibili allargamenti degli spread denaro-lettera in fasi di stress – fonte: BIS Quarterly Review.
- Rischio politico e regolatorio: cambi di governo, controlli sui capitali o shock geopolitici possono incidere rapidamente sui prezzi.
- Concentrazione: indici ed ETF pesano maggiormente Paesi grandi e più indebitati; serve monitorare l’esposizione ai singoli emittenti e alle aree geografiche.
Come selezionare un fondo o ETF
La scelta dello strumento dovrebbe riflettere obiettivi, orizzonte temporale e tolleranza al rischio. Alcuni criteri operativi aiutano a strutturare una selezione efficace.
Indicatori chiave da guardare
- Tipo di esposizione: valuta forte, valuta locale, sovrani, corporate o misti. La combinazione determina le fonti di rischio-rendimento.
- Rendimento a scadenza, duration e qualità media: indicano il profilo di rischio e la sensibilità ai tassi.
- Ripartizione per Paese e quota high yield: utile per cogliere la concentrazione su emittenti più vulnerabili.
- Costi: per gli ETF, TER spesso nell’area 0,10-0,30%; per i fondi attivi 0,80-1,50% o più. La differenza di costo incide sul rendimento netto nel tempo – fonte: documenti KID/KIID.
- Tracking difference e liquidità: negli ETF conviene valutare scostamento dall’indice, volumi su Borsa Italiana e spread denaro-lettera.
- Politica di distribuzione: classe a distribuzione o ad accumulazione delle cedole, in funzione delle esigenze di flusso di cassa.
- Copertura valutaria: esistono classi con copertura in euro per esposizioni in USD o in valute locali; utile per ridurre volatilità non desiderata.
- Domicilio e fiscalità: verifica dell’OICR e del regime fiscale applicabile all’investitore residente in Italia.
Aspetti fiscali per un investitore italiano
Gli OICR – fondi ed ETF – che investono in obbligazioni dei Paesi emergenti sono in genere soggetti per l’investitore retail italiano a imposta sostitutiva del 26% sui proventi. La normativa prevede un’aliquota ridotta al 12,5% per la quota di rendimento riferibile a titoli di Stato emessi da Paesi inclusi nella cosiddetta white list, calcolata in modo proporzionale ove applicabile – fonte: Agenzia delle Entrate. Gli ETF armonizzati negoziati su Borsa Italiana applicano la ritenuta in via automatica tramite l’intermediario. Le minusvalenze da cessione di quote di ETF rientrano nei redditi diversi e possono essere compensate con plusvalenze della stessa categoria secondo i limiti e le tempistiche di legge. È opportuno verificare con il proprio intermediario la classificazione fiscale specifica dello strumento scelto.
Strategie operative e ruolo in portafoglio
L’inserimento in portafoglio va calibrato su orizzonte e profilo di rischio. Un approccio graduale – per esempio tramite piani di investimento periodici – riduce il rischio di timing in entrata. La combinazione tra esposizioni in valuta forte e in valuta locale consente di bilanciare il rischio di cambio con la possibilità di beneficiare di cicli di taglio dei tassi domestici.
- Dimensionamento prudente: per molti profili bilanciati la quota è spesso contenuta e integrata da obbligazionario sviluppato, evitando sovraesposizioni a singoli Paesi.
- Rebalancing disciplinato: soglie di ribilanciamento prefissate aiutano a cristallizzare i guadagni dopo fasi di compressione degli spread o a incrementare in fasi di stress, nel rispetto dei limiti di rischio.
- Gestione della duration: fondi con duration diverse permettono di modulare la sensibilità ai tassi. In un contesto di tassi in discesa ordinata, duration più alta può favorire il total return; se la visibilità sui tassi è bassa, si può preferire una duration intermedia.
- Copertura valutaria selettiva: per chi vuole contenere la volatilità di breve periodo, classi hedged in euro sulle esposizioni in USD possono stabilizzare i rendimenti, tenendo conto del costo/beneficio della copertura.
Punti chiave e prossimi passi
I fondi obbligazionari dei Paesi emergenti offrono oggi rendimenti attesi superiori alla media dell’ultimo decennio, sostenuti da spread ancora interessanti e da un contesto in cui molte banche centrali emergenti hanno già iniziato a tagliare i tassi. La controparte è un set di rischi articolato – credito, tassi e valute – che va gestito con diversificazione ampia, attenzione ai costi e monitoraggio costante delle esposizioni per Paese e rating.
Per chi valuta un ingresso, la definizione del perimetro desiderato – valuta forte o locale, sovrani o corporate, attivo o passivo – precede la selezione dello strumento con i parametri chiave: rendimento a scadenza, duration, qualità media, costi e liquidità. Una quota graduata e coerente con il profilo di rischio, accompagnata da ribilanciamenti periodici, consente di inserire l’asset class in modo ordinato all’interno di un portafoglio diversificato. L’analisi dei documenti informativi – prospetto e KID – e la verifica degli aspetti fiscali con l’intermediario completano il processo decisionale.

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